lunedì 21 settembre 2009

Estremi saluti


Carlo è morto. Ce l’hanno detto mentre controllavo la data di scadenza delle uova, e mia madre protestava sui rincari del parmigiano. Carlo è un nome antico, era quasi prevedibile che non potesse durare addosso a tutta la sua modernità. L’ho pensato quasi di colpo, con un cinismo fantasioso e ostile, che mi ha stretto a tenaglia la gola. Adesso mia madre non sa cosa fare, spinge lei il carrello, e lascia che io la segua passivamente, con le braccia appesantite, all’improvviso lunghe e quasi insostenibili lungo i fianchi. Mi si sfoca la vista, a tratti il corridoio del reparto ‘surgelati’ si fa quadrati e rettangoli sbiaditi. Vorrei fermarmi, appoggiarmi un attimo, ma forse la grata d’aerazione dei banchi frigorifero non mi reggerà, e poi mia madre continua a camminare. Tiene gli occhi bassi, ostinati sulla lista della spesa, ma la lista trema, e lei la fissa ancora di più, aspetta che la parola si decodifichi per abitudine.
Afferro senza pensarci una scatola di patatine fritte, a bastoncino, di quelle che Carlo mi chiedeva sempre di cucinargli di notte, dopo aver ballato, quando la prima alba friggeva come l’olio in padella. Non sto pensandoci, non è così, se porto su una guancia il sacchetto è solo perché ho bisogno di ghiaccio. Ma subito arriva il pensiero che anche Carlo sarà chiuso in una ghiacciaia così, lui da solo, bianco-violaceo, e nessuno a salutarlo. Lì ibernato ad aspettare un estremo saluto. Che non lo riscalderà.
Ora devo proprio fermarmi. Sedermi. Per quanto guardi in giro, non c’è niente, il supermercato non è un posto dove sedersi, tutti corrono, o tutt’al più sostano in piedi, si allungano sulle punte o si piegano. Ma non si siedono. Poi vedo il peperoncino: sta lì sul suo scaffalino così stretto da imporre una vicinanza innaturale a tutti i vasetti. Sono sempre stata io in famiglia a comprare le spezie, perché sono l’unica a farne uso in cucina. Mia madre mi aspetta qualche metro più avanti, sa che cosa farò. Frugo, cerco il terzo o quarto vasetto e lo rigiro tra le mani: i semi grossi sbattono contro il vetro, deboli sonagli, li riconosco. Mi pare di stare meglio, forse ce la faccio a seguire mia madre alla cassa. Lei si volta un attimo, mi ruba dalle mani il vasetto, lo controlla con un gesto meccanico e lascia che io resti lì a fissare la porta scorrevole d’uscita. Cinque minuti ancora, e finalmente l’aria.

A porta chiusa, aspetto di piangere. Mi sono chiusa in camera mezz’ora fa per farlo, ma per quanto spremi gli occhi, non esce niente. Neanche a pensare a Carlo, alla sua voglia di sposare Maria, neanche a pensare a Maria, piango. Resto secca, gli occhi ridotti a fessure aride sugli oggetti della mia camera. Restano attoniti, inanimate presenze delle mie giornate uguali: i vestiti spogliati sulla sedia, le matite poco temperate sghembe sulla scrivania, le foto impolverate sulle ante dell’armadio. Mi chiedo da quanti anni stiano lì… C’è anche Carlo, lo so, provo a frugare tra i visi e i sorrisi, ma indugio dove so di non trovarlo. Poi, eccolo: foto di tre anni fa, ci siamo tutti, i visi verdastri per la foto esposta al sole, il Trebbia alle nostre spalle, e resti di barbecue. Quanto aveva cucinato, quel giorno, Carlo! Stava ancora con le maniche arrotolate fino ai gomiti, e Maria che lottava per sistemargli la maglia, perché faceva freddo, non eravamo che a marzo o aprile. E lui aveva protestato, l’aveva sfidata: “Se mi pare, vado pure a fare il bagno”. Così le aveva detto, con Maria che puntava il mento aguzzo contro l’orizzonte, si fingeva arrabbiata, e provocava: “Vai pure, cretino”. E Carlo era andato, portandosi dietro anche te, eravate entrati in acqua di corsa, almeno fino al ginocchio, con gli spruzzi che vi macchiavano i jeans. Carlo non aveva neanche tolto le scarpe!... Le aveva messe ad asciugare sul balcone, quelle scarpe, e tutte le volte andavamo a controllare se le avesse tolte. Ma stavano sempre là, in un angolo. “Fanno quasi compagnia, adesso mi spiace farle tornare scarpe”, diceva sempre, e le spolverava, le puliva come se dovesse mettersele tutti i giorni. Qualcuno le ha già tolte, le sue scarpe? Qualcuno che non sa perché stanno lì sul balcone, qualcuno che non capisce perché stiano lì stinte, ma pulite, da tre anni.
Devono averle buttate, ne sono certa, anche se non c’è ragione. E se non l’avessero ancora fatto? Forse stanno raccogliendole adesso per le stringhe, sentono che sono inutili, qualcuno se le misura, ma poi sono troppo vecchie per essere usate. Forse buttarle in un raccoglitore giallo per il Terzo Mondo, forse solo un cassonetto verde… Sento che devo provarci, andare, riprenderle: ho il balcone vuoto in città.

GMG

Photo: Fernando Porto

mercoledì 2 settembre 2009

Specchi e controspecchi


La vedevo così, con la bocca sporca di baci arrossati, la saliva che doveva esserle seccata sulle guance, invisibile, ma non insapore. La vedevo con i capelli riannodati in fretta, le mani ancora stanche affondate nelle tasche, e negli occhi, sì, negli occhi la fredda crudeltà di chi urla la propria gioia senza ritegno. Sono i movimenti dinoccolati, i resti di impudicizia che smuovono le sue anche, la postura provata da qualche ora insieme a lui. E io sozza di fantasia, ammorbata dalla mia stessa immaginazione, non posso che allungarle una mano, salutarla, stringere tra le mie quelle dita che ancora sanno di te, e aspettare febbricitante che lei passi l'angolo, per portarmi al naso e alla bocca quel tuo ricordo quasi asmatico.

GMG

Photo: Joaquin Alfaro Garcia

mercoledì 17 giugno 2009

Tu mi invadi - Aritmie...


È una mattina semicruda di cielo rosso contro una ragnatela di rosa. Attraverso G. rasentando i cinquanta, quando una folata di vento inizia a far volare dei fogli: si levano dall’asfalto, alcuni si rianimano dalle grate, dai tombini, volteggiando in una danza disordinata. Di solito è un paese ordinato, poco più di una frazione, dove tutte le case abbracciano curve a gomito costruite prima delle macchine. Non ho mai visto altro che mozziconi per terra e, ora, questo vortice di fogli mi spiazza. D’istinto, decelero e cerco di capire cosa ci stia scritto, sopra. Non c’è nessuno dietro di me: posso accostare e scendere. Stringo al volo un foglio: è la pubblicità di uno spettacolo circense per domani pomeriggio. Basta uno sguardo per capire che il circo è solo quella piccola tenda blu: deve essere pregna di sudore, di spettatori accaldati che sventolano i coupon, di animali sporchi e pelo spettinato, di costumi sgualciti e rattoppi dell’ultimo minuto. Mi manca uno spettacolo così, una finzione annunciata: nessuno che cerchi di negare l’evidenza, solo una manciata di nomadi che campano come sanno fare.
Ma di fianco al circo, la fiera. Non ne ho mai vista una all’alba, è tanto ferma da sembrare una reliquia abbandonata, lontana. Invece è a pochi passi da me, le catene illuminate della calcinculo sono liane inermi. Sopra, al gancio, non c’è appeso il premio: deve essere stato nascosto, perché in passato qualche ragazzino l’ha rubato in queste ore, qui, proprio come me. Chissà dove è finito il coniglio, chissà cosa ne ha fatto… Forse se ne è solo vantato con gli amici, e poi ha buttato il feticcio in un fossato, a infangarsi.
Passo una mano sopra un seggiolino, che subito oscilla con uno stridio che fa sobbalzare. Un cane randagio, a qualche passo da me, zampetta silenziosamente via. Non c’è un’anima attorno: se voglio, posso anche sedermi. Invece niente, resto a passeggiare tenendomi silenziosa e guardinga, una razza di fantasma rispettoso.
C’è un riposo quiescente, qui, nelle macchinine dell’autoscontro che restano appena coperte dal telone: occhieggiano con i loro colori vivaci e quegli stralci di numeri, appena visibili. Scendo dal gradino della giostra e guardo come la piattaforma sopraelevata sia un palco di gioco, proprio come pensavo da bambina. Allora facevo fatica a salirci, dovevo aspettare che papà mi tirasse su per i polsi, con le solite raccomandazioni di non sporgermi, di non scendere fino alla fine del giro… Mi sfugge un sorriso davanti alla gomma antiscivolo: quante volte avevo inciampato in quelle grosse bolle nere! Se provo a ricordare l’ultimo giro su una giostra così, crollo in confusione: non lo so.
Forse l’ultima volta è stata attorno ai miei sedici o diciassette anni, quando mi piaceva un giostraio alto e scuro, con un fascino tutto gitano. Lui taceva sempre, lavorava dietro la pantomima della fiera, non faceva che sistemare fili elettrici con delle mani nervose e piene di vene. Quando lo avvicinai con una scusa, lui mostrò il suo sorriso e, con orrore, mi accorsi che non aveva neanche un dente sano. Due o tre buchi scuri rompevano l’idillio che mi ero figurata, e subito stornai la domanda. Ero una stronza romantica, allora.
Adesso non so cosa sono, so che strascico ancora i piedi verso la giostra dei bambini, che è stata chiusa dietro a un ottagono di vetri, perché i più mattinieri, andando a scuola, non provino a salire sulle navicelle spaziali e non pettinino le code dei soliti cavalli in plastica dura. Sanno che alcuni di loro incolleranno comunque sui vetri le loro mani grassocce, come per rompere le porte e toccare i loro amati giochi. Lo sanno, e forse è per quello che non lucidano neanche più le vetrate. Controluce distinguo almeno dieci mani appoggiate di recente, cento diverse impronte digitali. Ora sono centodieci: anche le mie, proprio davanti al cavallo nero, il più ambito, uguale a quello che mi contendevo a ogni fiera.
So che è tardi, devo tornare in auto, partire verso Pavia, perché non arriverò mai in tempo. Eppure… Eppure sono in pace, qui. Persino le bottiglie vuote rotolano con un rumore diverso, lo stesso che deve esserci in una location western, a film montato.
Ancora due passi, ancora l’amato tiro a segno, il suo carrozzone allungato e chiuso con un lucchetto posticcio, qualche proiettile a salve – colorato – scivolato sotto le ruote, un po’ di pelo azzurro esce dalla serranda appoggiata male, forse di una pecora.
Quando volto le spalle al piccolo lunapark, so che devo avanzare e non guardarmi indietro. La mia macchina è lì, pochi metri ancora. E invece crollo, mi accuccio su un angolo di marciapiede e singhiozzo qualcosa di indefinito, mentre nella testa risuonano i suoni di una fiera antiquata e le frecce intermittenti ritmano la mia sosta.

Ho smosso quel sedimento di cuore, l'ho rivoltato e l'ho trovato insospettabilmente vivo...

GMG

Photo: Elena Orlova

martedì 9 giugno 2009

Tu mi invadi - dopo di lei... -


Esco di fretta, perché lei mi ha riconosciuta. Ne sono sicura. No, non sa che cosa sono per te – o cosa sono stata -, ma ha visto sul tavolino lo stesso accendino d’oro, e allora ha cercato sul mio corpo una traccia che le ricordasse la ragazza dell’altro giorno. Ha trovato la stessa borsa, le stesse occhiaie appena accennate, ma coperte da un velo di cipria. Ha trovato i tacchi troppo alti, neri, tanto esagerati quanto seriosi al tempo stesso. E soprattutto ha trovato la mia curiosità. Mi ha salutata. Con un rapido cenno, ho risposto, pagato, e sono uscita.
Ho deciso: oggi non vado al lavoro, torno a casa, alla mia casa, dove troverò il silenzio di una banalissima mattina di quasi-estate. Tutti saranno già altrove, e mi risponderà solo l’eco nell’antro deserto.

Richiudo la porta alle mie spalle: tra le liste delle tapparelle, s’infilano lame di luce. Sono poche, ma bastano per confortarmi con la vista della mia cucina, così come l’ho lasciata questa mattina: il barattolo di zucchero dimenticato aperto sul tavolo, la spia rossa dello stereo in standby, la lavatrice con l’oblò appena discosto. Mi rassicura sapere che la lavastoviglie mi sta aspettando vuota; vado nel suo angolo, la apro, controllo di riflettermi ancora nel metallo della macchina: è un po’ sfrisata dalle pastiglie anticalcare, ma rimanda una macchia scura sul mio viso, per le guance. Riversa sullo sportello, senza neanche aver tolto la giacca e la borsa, controllo di nuovo, mi discosto, per controllare che non sia un effetto della bombatura: no, quella macchia rimane. Allora mi alzo, sento che potrebbe essere vero, che potrebbe essere così, cerco la porta del bagno, la apro, a tentoni accendo la luce e resto davanti alla verità. Ho pianto. Due grosse ombre scavano le occhiaie. E allora scoppio in un pianto a dirotto davanti alla me stessa che si specchia, la guardo digrignare la bocca in quel finto sorriso che prelude il pianto. Dopo non mi vedo più, perché mi sono afflosciata sul tappetino, provo a strappare le sue trecce ritorte, ma non ce la faccio. E allora piango perché non ce la faccio neanche a far male a un tappeto. E piango per non averti salutato a dovere. E piango per non aver detto a quella ragazzina di quanto ti amassi. E pianto per essere ancora qui sola e senza neanche un tuo abbraccio da rimasticare.

GMG

Photo: Jean-Sebastien Monzani

domenica 31 maggio 2009

Tu mi invadi - incontri fortuiti -


Non chiedermi come siamo finite così, in due tavolini opposti, i miei occhi calamitati dalle sue mani tanto piccole. Le muove su un grosso tomo di tossicologia, le sue unghie laccate di nero rischiano di rigare il foglio, e invece lo sfilano appena, correndo verso la fine della pagina con un’incredulità quasi ingenua. Pare non capire cosa l’aspetti, e allora tocca come se avesse tra le dita un oggetto prezioso, da accarezzare e non da tastare. Poi lecca appena il polpastrello dell’indice, ma è una posa, vuole controllare che le sue labbra abbiano ancora la stessa curvatura spregiudicata, la stessa pienezza da bambina che non è abituata a farsi schiacciare dai baci.
Vorrei uscire. Lei torna indietro, cerca una frase su una pagina appena passata, non la trova, passa oltre. Le si forma un piccolo cruccio sulla fronte, una ruga che tra qualche anno le resterà impressa a marchio distintivo. Per ora è intonsa, fresca, gonfia di quell’adolescenza appena passata, forse con qualche coetaneo, a serate alcoliche e a provare qualche canna.
La guardo meglio. No, non è così. Se ha bevuto troppo, è perché non se ne rendeva conto. Se ha provato qualche canna, di sicuro è stata tirata in mezzo.
Vorrei uscire. Lei non sa di me, è concentrata ora sul libro, ora sulla sua vanità: cerca tra le dita magre di raddrizzare alcuni stupidi anelli, poi scuote i braccialetti, li sente cozzare e qualcuno si volta a guardarla. Ricambia lo sguardo, ma solo per pochi secondi: non è interessata. E la capisco.

Quando ti avevo, ogni giorno mi sembrava di scrivere endecasillabi per un sonetto petrarchista: variazioni sul tema, sul tema della mia felicità, sui tuoi pregi che nessuna donna avrebbe mai potuto immaginare, al primo sguardo. Sfidavo gli occhi degli altri uomini, perché non mi interessavano, e abbellivo con le loro occhiate il mio stendardo dei successi. Poco male, subito c’eri tu, la tua camminata che riconoscevo da lontano, quando chiudevi la macchina e arretravi di tre passi esatti, per controllare che fosse proprio tua.
Mi sentivo privilegiata di conoscere le tue minime manie, i giornali di viaggio davanti al telefono – per quelle telefonate di lavoro a chi parla per ascoltarsi -, le tende che devono stare sempre aperte – le ho comprate perché pensavo di chiuderle, ma non mi serve, da qui mi vede solo il bosco, gli altri stanno più in basso… -, la traccia di caffè che rovesciavi puntualmente a qualche centimetro dall’immondizia – perché ho fretta, e non me ne accorgo… E poi non puzza, profuma -.

Ancora adesso un sorriso mi sale alle labbra. Poi mi rabbuio. Siamo nello stesso bar del nostro incontro, e qui i tavolini vengono lavati, puliti, scambiati. Ormai di noi non conservano niente. Penso che lei potrebbe essere seduta al tavolo del nostro primo caffè, di uno dei tanti caffè.
Vorrei uscire. Le sue unghie tamburellano sulla tovaglietta, e poi affondano senza indugio nella brioche. E la marmellata e le briciole si infilano sotto quelle unghie. D’istinto, rabbrividisco: avrei sempre desiderato essere così avventata, non dare peso alle unghie appiccicate, magari portarle in bocca come sta facendo lei, per pulirle. Nei suoi occhi sta lampeggiando il gioco, come se fosse un bambino davanti alla marachella preferita. Anche tu vedi tutto questo? No, devi vedere molto di più, lei è trasgressione e un altro mondo, deve aiutarti a bloccare i tuoi giorni in un’adolescenza sempreverde. Con lei non puoi arrabbiarti per diverse opinioni politiche, né abbracciarla forte perché è scoppiata una nuova guerra. Devi raccomandarle di guidare piano, perché ancora non ricorda a menadito la segnaletica orizzontale.

GMG


Photo: Max Bianchi

domenica 24 maggio 2009

Tu mi invadi - remembering... -


A casa mia, non dormii affatto. Non avevo il tuo numero di telefono, non te l’avevo chiesto, né tu avevi voluto il mio. Ti eri mandato a mente, ripetendolo un paio di volte, il numero civico del palazzo, e avevi osservato che c’era tanto posto per parcheggiare lì davanti, era comodo. Poi ci eravamo salutati, con un bacio profondo che sembrava volersi svilire d’abitudine. Ero stata io ad allontanarmi per prima, mi sentivo sazia, e quasi infastidita d’esserlo. Avevo ascoltato, dalle scale del palazzo, il motore della tua Alfa andarsene, accelerare, cambiare marcia, e svoltare oltre questa notte.
Non so perché, ma ero convinta che non ti avrei mai più rivisto. Per questo, appena in casa, ero caduta in un pianto pieno di singhiozzi e di lacrime dense. Erano le quattro del mattino, e io non facevo che sentire ancora le tue dita sul mio corpo, intente a saggiarlo, impararlo, corromperlo con altre traiettorie. Rivedevo le tue unghie cortissime infilarsi nella mia bocca, percorrere i denti e le loro asperità con curiosità, per poi lasciarsi mordere dai miei capricci. Riascoltavo le tue parole, l’incredulità tua davanti alla mia, la totale comprensione delle mie paure e la loro morte, minuto dopo minuto. Risentivo il tuo cuore pulsare, unica parte di te che rivelasse emozione, mentre tutti i gesti sembravano appartenere a un carnée piacevole ma quasi rituale.
Spensi la sveglia molto prima che suonasse: non ce n’era bisogno. Cercai nello specchio qualche traccia delle mia notte insonne, ma trovai solo una lieve abbronzatura e le labbra arrossate, gonfie. Ci saremmo rivisti, mancava praticamente solo un’ora, e non potevo fare a meno di sentire un’agitazione febbrile, al punto che dimenticai il portatile sul divano e scelsi tacchi troppo alti per affrontare un’intera giornata fuori casa.

Mentre mi avvicinavo al Caffè dell’Arte, avvertii la netta sensazione che non saresti venuto. Tu, i tuoi capelli riordinati al phon, la ventiquattrore e la cravatta, dimmi, cosa c’entravate con me? Per strada, mi accostò un ragazzo che cercava l’aula di scienze politiche: era bello, nei suoi occhi lampeggiava un pensiero su di me. Era lampante che avesse scelto me, tra tutti i passanti mattinieri, per attirare l’attenzione, farsi soppesare e lasciarsi aperta una porta. Indugiai un attimo, dopo avergli indicato il percorso tra i cortili, ma dietro stavi arrivando tu. Guardai come ti facevi spazio tra la gente, passando sul lastricato come su una passerella naturale: mi stringevi già tra gli occhi, e subito sorridesti. Abbandonai il ragazzo con un sorriso formale, per tornare a te.
«Sei bellissima» dicesti, baciandomi sui capelli.
«Grazie. Anche tu» aggiunsi, un po’ intimidita dal tuo buonumore.
«Sai che non ho dormito neanche un minuto?».
«Neanch’io. Tu perché?» azzardai. Sì, ero stupita dalla tua confessione.
«Perché mi ero addormentato, ma poi mi sono girato, e ho trovato nel letto il tuo braccialetto. Eccolo. Non fosse mai entrato tra quelle lenzuola…».
Ti immaginai con quella scoperta notturna, gli occhi semichiusi, una gamba distesa e l’altra piegata in una posizione scomoda, ancora provvisoria. Tu con quel mio braccialetto tra le dita, un ricordo come un altro portato a casa da una vacanza vecchissima, quasi dimenticata.

GMG

Photo: Joao Pereira

venerdì 8 maggio 2009

Tu mi invadi - The day after...


Avevo paura, sai, mentre mi staccavo da te per raggiungere la doccia. Presi a tremare solo dopo aver chiuso la porta del bagno alle mie spalle: da lì ero uscita, e ora vi rientravo, diversa. Guardai i tuoi vestiti che pendevano dai fili dello stendibiancheria, come se li vedessi per la prima volta: su quei pantaloni, appesi al contrario, distinguevo il punto esatto dove appoggiavi le ginocchia, la piega maldestra che le scarpe lasciano sull’orlo bagnato. Di fianco, le camicie, disposte con la meticolosa fretta di chi è abituato a cavarsela da solo. Senza vestiti, mi sedetti sul fondo ondulato della doccia, mentre l’acqua troppo calda si spande a caso sul mio colpo: avevo bisogno di credere che fosse tutto vero, perché avevo provato in tutti i modi a divincolarmi da te, dalla tua pretesa di diventare inenarrabile, ma mi avevi trattenuto con la dolce fermezza del tuo corpo. Fino alla fine, agli ultimi spasmi miei, così insoliti per me, per te quasi scontati. Mi sentivo vinta, sconosciuta a me stessa, perché per qualche tempo mi ero sfuggita, non avevo più controllato la sveglia, niente pensieri. Solo l’acuto desiderio di restare in tua completa balia, di lasciarmi sconfiggere, e di morirti addosso.
Ma ormai era tutto finito, il lavorio della mente era ricominciato: mi sembrava impossibile che tu fossi già di là, forse in un accappatoio a me sconosciuto, e che mi stessi aspettando. T’immaginai seduto su una sedia, col portatile acceso davanti, i riccioli umidi che ti cadevano sulla fronte, le tue mani nervose sul mouse, i piedi infilati appena nelle ciabatte. Questo pensiero mi spinse a insaponarmi in fretta, a controllare nello specchio il rossore delle mie guance. Poi mi fissai: avevo occhi increduli, ancora sbarrati di un misto di lacrime-piacere che non sapevo esistesse. Provai a riscuotermi, spazzolando con forza i capelli bagnati e indugiai un attimo prima di ripulire la spazzola: volevo che non mi dimenticassi.
Quando uscii, ti chiamai a mezza voce, fiera di non tradire più emozioni.
Mi arrivasti accanto, già vestito in una polo blu e in un paio di jeans slavati: niente a che fare con la mia fantasia. Una strana atmosfera era calata sulle nostre parole, una specie di divario che ci spingeva a parlare per frasi fatte, senza cenni su quanto successo. Improvvisamente, avevo voglia di tornare a casa, alla rincuorante gabbia del mio bilocale, di cui conoscevo ogni imperfezione, dal tappo del lavandino senza cordicella, al rumore secco della caldaia. Avevo bisogno di riempirmi di aprire tutte le scansie della cucina, per accorgermi che c’erano ancora tutti i piatti, così come li avevo lasciati. Poi, forse, avrei riprovato i miei vestiti – i migliori – per controllare che il mio corpo non fosse cambiato.
Tu mi guardavi, la testa un po’ inclinata da un lato e il pacchetto delle sigarette proteso verso di me.
«Andiamo» dicesti.
Uscimmo sul tuo balcone, e mi accorsi che doveva essere notte, perché davanti a noi solo le luci dei lampioni erano accese, mentre nelle case pochissime finestre vegliavano. Rimasi ferma, quasi bloccata, mentre mi accendevi la sigaretta col tuo accendino d’oro: a pochi centimetri da me, mi sovrastavi, ma non osavi chiedermi cosa stessi pensando. Un’aria cupa doveva essermi scesa in viso, perché non dicesti niente, e ti accontentasti di osservare il parapetto da poco riverniciato.
«A cosa pensi?» ti chiesi, mentre la sigaretta si stemperava di sotto.
«Mancano esattamente cinque ore al nostro caffè» e stavi sorridendo.

A casa mia, non dormii affatto. Non avevo il tuo numero di telefono, non te l’avevo chiesto, né tu avevi voluto il mio. Ti eri mandato a mente, ripetendolo un paio di volte, il numero civico del palazzo, e avevi osservato che c’era tanto posto per parcheggiare lì davanti, era comodo. Poi ci eravamo salutati, con un bacio profondo che sembrava volersi svilire d’abitudine. Avevo ascoltato, dalle scale del palazzo, il motore della tua Alfa andarsene, accelerare, cambiare marcia, e svoltare oltre questa notte.
Non so perché, ma ero convinta che non ti avrei mai più rivisto. Per questo, appena in casa, ero caduta in un pianto pieno di singhiozzi e di lacrime dense. Erano le quattro del mattino, e io non facevo che sentire ancora le tue dita sul mio corpo, intente a saggiarlo, impararlo, corromperlo con altre traiettorie. Rivedevo le tue unghie cortissime infilarsi nella mia bocca, percorrere i denti con una curiosità svelata, per poi lasciarsi mordere. Riascoltavo le tue parole, l’incredulità tua davanti alla mia, la totale comprensione delle mie paure e la loro morte, minuto dopo minuto. Risentivo il tuo cuore pulsare, unica parte di te che rivelasse emozione, mentre tutti i gesti sembravano appartenere a un carnée piacevole ma quasi rituale.
Spensi la sveglia molto prima che suonasse: non ce n’era bisogno. Cercai nello specchio qualche traccia delle mia notte insonne, ma trovai solo una lieve abbronzatura e le labbra arrossate, gonfie. Ci saremmo rivisti, mancava praticamente solo un’ora, e non potevo fare a meno di sentire un’agitazione febbrile, al punto che dimenticai il portatile sul divano e scelsi tacchi troppo alti per affrontare un’intera giornata fuori casa.

GMG

Photo: Wiktor Bernatowicz