
Carlo è morto. Ce l’hanno detto mentre controllavo la data di scadenza delle uova, e mia madre protestava sui rincari del parmigiano. Carlo è un nome antico, era quasi prevedibile che non potesse durare addosso a tutta la sua modernità. L’ho pensato quasi di colpo, con un cinismo fantasioso e ostile, che mi ha stretto a tenaglia la gola. Adesso mia madre non sa cosa fare, spinge lei il carrello, e lascia che io la segua passivamente, con le braccia appesantite, all’improvviso lunghe e quasi insostenibili lungo i fianchi. Mi si sfoca la vista, a tratti il corridoio del reparto ‘surgelati’ si fa quadrati e rettangoli sbiaditi. Vorrei fermarmi, appoggiarmi un attimo, ma forse la grata d’aerazione dei banchi frigorifero non mi reggerà, e poi mia madre continua a camminare. Tiene gli occhi bassi, ostinati sulla lista della spesa, ma la lista trema, e lei la fissa ancora di più, aspetta che la parola si decodifichi per abitudine.
Afferro senza pensarci una scatola di patatine fritte, a bastoncino, di quelle che Carlo mi chiedeva sempre di cucinargli di notte, dopo aver ballato, quando la prima alba friggeva come l’olio in padella. Non sto pensandoci, non è così, se porto su una guancia il sacchetto è solo perché ho bisogno di ghiaccio. Ma subito arriva il pensiero che anche Carlo sarà chiuso in una ghiacciaia così, lui da solo, bianco-violaceo, e nessuno a salutarlo. Lì ibernato ad aspettare un estremo saluto. Che non lo riscalderà.
Ora devo proprio fermarmi. Sedermi. Per quanto guardi in giro, non c’è niente, il supermercato non è un posto dove sedersi, tutti corrono, o tutt’al più sostano in piedi, si allungano sulle punte o si piegano. Ma non si siedono. Poi vedo il peperoncino: sta lì sul suo scaffalino così stretto da imporre una vicinanza innaturale a tutti i vasetti. Sono sempre stata io in famiglia a comprare le spezie, perché sono l’unica a farne uso in cucina. Mia madre mi aspetta qualche metro più avanti, sa che cosa farò. Frugo, cerco il terzo o quarto vasetto e lo rigiro tra le mani: i semi grossi sbattono contro il vetro, deboli sonagli, li riconosco. Mi pare di stare meglio, forse ce la faccio a seguire mia madre alla cassa. Lei si volta un attimo, mi ruba dalle mani il vasetto, lo controlla con un gesto meccanico e lascia che io resti lì a fissare la porta scorrevole d’uscita. Cinque minuti ancora, e finalmente l’aria.
A porta chiusa, aspetto di piangere. Mi sono chiusa in camera mezz’ora fa per farlo, ma per quanto spremi gli occhi, non esce niente. Neanche a pensare a Carlo, alla sua voglia di sposare Maria, neanche a pensare a Maria, piango. Resto secca, gli occhi ridotti a fessure aride sugli oggetti della mia camera. Restano attoniti, inanimate presenze delle mie giornate uguali: i vestiti spogliati sulla sedia, le matite poco temperate sghembe sulla scrivania, le foto impolverate sulle ante dell’armadio. Mi chiedo da quanti anni stiano lì… C’è anche Carlo, lo so, provo a frugare tra i visi e i sorrisi, ma indugio dove so di non trovarlo. Poi, eccolo: foto di tre anni fa, ci siamo tutti, i visi verdastri per la foto esposta al sole, il Trebbia alle nostre spalle, e resti di barbecue. Quanto aveva cucinato, quel giorno, Carlo! Stava ancora con le maniche arrotolate fino ai gomiti, e Maria che lottava per sistemargli la maglia, perché faceva freddo, non eravamo che a marzo o aprile. E lui aveva protestato, l’aveva sfidata: “Se mi pare, vado pure a fare il bagno”. Così le aveva detto, con Maria che puntava il mento aguzzo contro l’orizzonte, si fingeva arrabbiata, e provocava: “Vai pure, cretino”. E Carlo era andato, portandosi dietro anche te, eravate entrati in acqua di corsa, almeno fino al ginocchio, con gli spruzzi che vi macchiavano i jeans. Carlo non aveva neanche tolto le scarpe!... Le aveva messe ad asciugare sul balcone, quelle scarpe, e tutte le volte andavamo a controllare se le avesse tolte. Ma stavano sempre là, in un angolo. “Fanno quasi compagnia, adesso mi spiace farle tornare scarpe”, diceva sempre, e le spolverava, le puliva come se dovesse mettersele tutti i giorni. Qualcuno le ha già tolte, le sue scarpe? Qualcuno che non sa perché stanno lì sul balcone, qualcuno che non capisce perché stiano lì stinte, ma pulite, da tre anni.
Devono averle buttate, ne sono certa, anche se non c’è ragione. E se non l’avessero ancora fatto? Forse stanno raccogliendole adesso per le stringhe, sentono che sono inutili, qualcuno se le misura, ma poi sono troppo vecchie per essere usate. Forse buttarle in un raccoglitore giallo per il Terzo Mondo, forse solo un cassonetto verde… Sento che devo provarci, andare, riprenderle: ho il balcone vuoto in città.
GMG
Photo: Fernando Porto





